La riforma

I battisti: la Riforma

Tratto da: Paolo Spanu e Franco Scaramuccia, I battisti, Claudiana, Torino

L’Unione Cristiana Evangelica Battista (U.C.E.B.I.) raggruppa circa 120 Chiese sparse su tutto il territorio nazionale per un totale di 5.000 membri adulti effettivi ed una popolazione totale di circa 15.000 persone. Il paese in cui i Battisti sono maggiormente presenti sono gli Stati Uniti d’America, dove sono quasi 31 milioni: è noto che sono battisti l’ex presidente Bill Clinton ed il vicepresidente Al Gore come furono pure battisti i presidenti Harry Truman e Jimmy Carter. Il più conosciuto in Italia fra i Battisti d’America è probabilmente il pastore Martin Luther King (1929-1968), premio Nobel per la pace nel 1964.

Il movimento battista nacque nel contesto più ampio della Riforma protestante e in particolar modo in quello tipico dell’Inghilterra del 1600. I Battisti, poiché ritenevano che di fatto le Chiese riformate rimanevano legate alla logica del connubio del potere ecclesiastico con quello politico, che tanto male aveva fatto alla Chiesa, contrapposero a questa visione l’idea di una comunità volontaria e libera di credenti impegnati a tradurre in pratica la loro professione di fede nella vita sociale e religiosa.

Collocare il Battismo nell’alveo della Riforma è essenziale per comprendere il carattere specificamente congregazionalista delle Chiese battiste in Italia, in modo che esso non sia confuso con altri movimenti di tipo congregazionalista presenti nella grande famiglia cristiana. Per “congregazionalismo” si intende un sistema ecclesiastico che si fonda sull’autonomia e sull’indipendenza della Chiesa locale (princìpi che poi serviranno di base alle democrazie occidentali moderne). E inoltre é importante che si capisca che il Battismo non nasce per un esagerato rigorismo di letteralismo biblico, teso a ripristinare la pratica del battesimo per immersione dei soli credenti, ma per l’ansia di rifondare tutta la Chiesa sui fondamenti della Scrittura e nel rispetto della consapevolezza dei cristiani.

Le istanze di riforma della Chiesa d’occidente erano già diffuse in tutta Europa quando Martin Lutero affisse le sue novantacinque tesi alla porta della Chiesa del castello di Wittemberg: così anche in Inghilterra vi erano stati vari tentativi di riportare la Chiesa ad una maggiore fedeltà all’Evangelo (basti citare qui John Wycliffe e il movimento dei Lollardi). Della Riforma luterana approfittò, per motivi di carattere politico ed economico più che per convinzione, Enrico VIII Tudor, che a partire dal 1530 fece approvare dal Parlamento leggi e disposizioni tali da modificare abbastanza vistosamente l’istituzione ecclesiastica inglese, sostituendo il re al papa come capo della Chiesa d’Inghilterra. Ma era un riordino che veniva dall’alto e che introduceva un tipo di rapporto tra Stato e Chiesa, per cui il potere civile veniva ad avere piena giurisdizione sulla Chiesa. L’opera di Enrico VIII fu continuata sotto Edoardo VI Tudor (1538-1553), per l’azione propulsiva di ecclesiastici filoluterani, tra cui primeggiava Thomas Cranmer, e di una classe politica anch’essa filoprotestante, i cui nomi più eminenti furono Thomas Cromwell, Edward Seymour, cavaliere di Hartford e duca di Somerset, e John Dudley, cavaliere di Warwick e duca di Northumberland.

La breve parentesi del regno della cattolica Maria Tudor (1516-1558), con la persecuzione e l’esilio di molti inglesi nell’Europa continentale, ebbe l’effetto involontario di creare stretti vincoli tra gli esiliati protestanti e la Riforma calvinista, per cui da allora in poi Ginevra e non più Wittenberg (il centro della Riforma luterana) divenne il punto di riferimento delle aspirazioni riformatrici in Inghilterra. Salì al trono Elisabetta I Tudor (1533-1603) e sotto questa grande e scaltrissima regina fu realizzata quella sistemazione della Chiesa, denominato “compromesso anglicano” (Anglican Settlement), il cui teorico insigne fu Thomas Hooker.

Lo scontro tra le proposte di riforma radicale della Chiesa (roots and branches, come si diceva, cioè dalle radici ai rami) e la pratica applicazione del compromesso produsse quel tipico fenomeno della Riforma inglese, che darà origine alle “denominazioni” protestanti dissenzienti e “non conformiste”. I fautori di una purificazione reale e globale della Chiesa furono chiamati Puritani, anche se tra loro vi erano posizioni e tendenze diverse: infatti, vi era chi propendeva per una riforma dall’interno della Chiesa ed aveva quindi fiducia nella buona volontà del re e dei suoi ministri e vi era chi non condivideva affatto questo ottimismo. Così, verso la fine del regno di Elisabetta I, quei gruppi, che già si riunivano separatamente per realizzare a margine della parrocchia anglicana la loro esperienza di comunità fraterna, basata sull’Evangelo, e la mutua disciplina, presero una loro fisionomia ecclesiastica indipendente e formarono le prime Chiese separate da quella ufficiale (di qui l’aggettivo “separatista”), indipendenti tra di loro e da qualsiasi autorità od organismo gerarchico (di qui l’aggettivo “indipendentista”) e strutturate in comunità (congregations) democratiche in omaggio alla dottrina del sacerdozio universale dei credenti (di qui l’aggettivo “congregazionalista”). I primi Battisti, dunque, emergono da questo quadro complesso, appassionato, in cui all’ansia di ridare tutta l’autorità in materia di fede alla Parola del Signore s’intrecciarono un amore profondo per un’autentica fede evangelica e un diffuso anelito di libertà democratica. Fu quello del separatismo congregazionalista un movimento vivace con conseguenze al tempo stesso nel campo religioso e in quello civile, che anticipò di quasi due secoli le istanze della rivoluzione liberal-borghese in terra di Francia. Fu merito di questo frastagliato fronte separatista se l’Inghilterra non imboccò mai il vicolo cieco dell’assolutismo monarchico, trionfante in tutto il resto dell’Europa, e diventerà l’esempio più stabile e brillante di democrazia civile.

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