I personaggi

 

John Smyth

a cura di Salvatore Rapisarda, pastore emerito

Guardiamo al 2009 come al 400° anniversario dell’inizio delle testimonianza battista. Il primo gruppo di credenti che sarà chiamato battista si formò in Olanda nel 1609. Si trattava di pochi credenti inglesi, usciti dalla chiesa anglicana per sfuggire ai rischi della persecuzione della chiesa di stato. Avevano una formazione puritana; erano desiderosi di vedere la chiesa purificata dai residui di cattolicesimo e di formalismo; aspiravano a dar vita ad una chiesa modellata secondo lo spirito e la lettera della Scrittura. In patria, disperando di essere ascoltati dalla chiesa d’Inghilterra, saldamente in mano al sistema episcopale e all’autorità regia, avevano cercato di dar vita

a delle comunità separate, dissidenti. Più tardi, alla luce delle persecuzioni, degli imprigionamenti e delle vessazioni (si legga John Foxe, The Book or Martyrs, 1563) subite da altri puritani dissidenti, avevano trovato appropriato incamminarsi per la via dell’esilio. Alcuni si fermarono in Olanda, da dove più tardi fecero ritorno in Inghilterra, altri, poi chiamati Padri pellegrini, proseguirono per le colonie del Nuovo Mondo.

Per la storia dei battisti, radicati in questo primo nucleo di esuli in Olanda, sarà il caso di fissare l’attenzione sul nome di John Smyth, il cui cognome si scriveva Smythe con relativa vocale tonica allungata nella pronuncia. Egli era il teologo del gruppo, con una preparazione accademica di tutto rispetto, una notevole esperienza di docente e di predicatore e una personalità vulcanica che lo spingeva continuamente alla ricerca. Smyth è passato alla storia, quasi in primo luogo, per essere stato l’uomo che si è autobattezzato. Ovviamente il gesto venne compiuto all’interno della comunità e dando così inizio a una comunità che rompe col battesimo degli infanti e dà inizio al battesimo dei credenti a seguito di ravvedimento e come confessione di fede.

Oggi, come allora, ci sarà sempre qualcuno che arriccerà il naso davanti al gesto di Smyth. Egli ricevette critiche anche durante la sua vita. A molte di queste diede puntuale risposta, ma più tardi si pentì del suo gesto e iniziò un dialogo con i Mennoniti, interrotto dalla sua morte. Si critica Smyth perché si pensa che ciascuno debba ricevere il battesimo da qualcuno battezzato prima di lui, dunque nessuno può arrogarsi il diritto di fare da iniziatore. C’è qui, tra l’altro, una difesa del concetto di successione. Smyth e i suoi compagni conoscevano queste considerazioni, ma si interrogavano sulla validità del battesimo di chi era stato battezzato del battesimo degli infanti. Ai loro occhi il battesimo ricevuto non era valido; non si ritenevano validamente battezzati perché non riconoscevano la chiesa anglicana come chiesa neotestamentaria, ma la giudicavano corrotta. Le rimproveravano un’eccessiva conservazione di modelli e formalismi di tipo cattolico, una forte gerarchizzazione sotto il potere congiunto del re e dell’episcopato, una prassi burocratica fatta di territori e di prebende, una mancanza di libertà per la coscienza dei singoli. A questi aspetti di tipo formale aggiungevano una motivazione di tipo intrinseco. Per loro il battesimo è valido se se avviene dopo un ravvedimento dettato dall’ascolto della parola del Signore e come testimonianza consapevole. Quanto alla successione nutrivano seri dubbi sulla sua attendibilità e credevano che il battesimo, come la Cena del Signore, siano atti che si compiono in ubbidienza al comandamento del Signore. Quel che ai loro occhi andava preservato era una chiesa rigenerata, anche a partire dal rito d’inizio, il battesimo appunto, e fedele al messaggio dell’Evangelo. Per questo decidono di sciogliersi come chiesa, indipendentemente dal battesimo o dai ministeri che esercitavano, e si ricostituiscono a partire dal battesimo. E’ a questo punto che Smyth chiede a Thomas Helwys, l’organizzatore del gruppo, di battezzarlo. Ma Helwys preferisce che sia Smyth, il teologo, a dare l’inizio. Così Smyth battezza Helwys e assieme battezzano tutto il resto della comunità.

Questi primi battisti avevano alle loro spalle il travaglio della Riforma del XVI secolo, filtrato attraverso l’esperienza della chiesa anglicana; conoscevano il calvinismo, vissuto con speciale zelo dai puritani, di cui tutti erano espressione; erano al chiaro sulla teologia del patto di tipo calvinista, che lega i membri della comunità alla fedeltà all’Evangelo. Ora col battesimo dei credenti fanno un passo in avanti tanto rispetto alla dottrina e alla prassi pedobattista quanto rispetto alla teologica del patto che non giungevano al gesto della chiesa primitiva, il battesimo: un gesto che vuole essere allo stesso tempo confessione di fede, rottura col passato, impegno di discepolato in un cammino senza compromessi e senza asservimenti.

Il 1609 è dunque l’inizio della testimonianza battista in Olanda. Da qui, nel 1611, Thomas Helwys ricondusse una parte della comunità in Inghilterra e così nacque il primo nucleo di “battisti generali” su suolo inglese. Credevano fermamente che Cristo è morto per tutti e che la salvezza è offerta in modo generale, da qui il nome, a chiunque crede. Dopo circa venti anni sarà attiva una nuova comunità di battisti, questa volta chiamati “particolari”. Credevano nella predestinazione. Dopo pochi anni sono già sette comunità a Londra. Daranno vita alla Prima confessione di fede dei battisti (1644), un gioiello che rimane una pietra miliare attraverso i secoli.

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Thomas Helwys

a cura di Salvatore Rapisarda, pastore emerito

In vista del 400° anniversario della costituzione della prima chiesa battista (1609) abbiamo già scritto di John Smyth (Riforma, 6 giugno 2008, pag 8 e sito Ucebi). Thomas Helwys è l’altro nome di spicco tra coloro che lasciarono l’Inghilterra per trovare rifugio in Olanda, perseguitati com’erano dalla chiesa di stato a causa delle loro convinzioni radicali che li portarono a un netto dissenso dalla chiesa Anglicana. Di Helwys sappiamo alcune poche cose, che si possono contare sulle dita di una mano. Era un signorotto di una contea vicino a Londra, aveva studiato nel College Gray’s Inn, era rimasto un laico interessato alle questioni religiose, aveva ospitato e fatto parte di una comunità di dissidenti e, con Smyth ed altri, era andato in Olanda in cerca di libertà religiosa. In Olanda aveva partecipato al dibattito sul battesimo dei credenti e sulla chiesa formata da veri credenti battezzati su confessione di fede. Pur essendo legato a Smyth e riconoscendone il ruolo di teologo, Helwys non lo seguì nei suoi dubbi sulla validità del proprio autobattesimo e nel suo processo di avvicinamento verso i Mennoniti. Helwys aveva una visione “politica” della riforma della chiesa. Le sue idee sono espresse nella sua opera fondamentale: The Mistery of Iniquity o, con titolo più esteso, A Short Declaration of the Mystery of Iniquity. L’opera venne pubblicata nel 1612 in Inghilterra, dove Helwys e i suoi erano tornati, fondando a Spitalfields presso Londra la prima comunità battista su suolo inglese, perché non trovavano appropriato starsene al sicuro in Olanda e fare mancare la testimonianza della verità al proprio paese. In questa scelta di vita si sentivano come le “pietre” chiamate a parlare e gridare dove e quando nessuno altro parla.
Helwys chiama il suo libro A Short Declaration… , in realtà si tratta di un testo di oltre duecento pagine, stampato fitto fitto, in cui viene trattato, tra l’altro ma non secondariamente, il tema del rapporto tra autorità di Dio (e della Scrittura) e autorità umane, ecclesiastiche e civili. Vi affiora una particolare dottrina che sostiene la separazione tra sfera spirituale-religiosa, sottoposta esclusivamente all’autorità di Dio, e sfera politica, che è il solo ambito in cui il re ha un ruolo da giocare. Alla luce di questa separazione Helwys sostiene, per la prima volta in Inghilterra, il principio di libertà di coscienza, sfera lasciata alla totale responsabilità del singolo, che delle sue scelte dovrà rendere conto soltanto a Dio. Egli rivendica la libertà di coscienza e di religione non soltanto per sé, ma per tutti, ed ecco le sue parole: siano essi eretici, turchi, ebrei, papisti o altro. Non solo Helwys sostiene la libertà di coscienza per tutti, ma esplicitamente esonera il re dal compito di vegliare sui suoi sudditi in materia di fede. Con ciò Helwys rende le singole persone responsabili di quel che credono e di quel che dicono o fanno, senza il paravento dell’ubbidienza ad un’autorità superiore, politica o religiosa che sia.

Il titolo del libro fa esplicito riferimento al versetto di 2 Tessalonicesi 2:7 in cui si parla di mistero dell’iniquità (Nuova Riveduta: empietà) . Questo potere satanico per Helwys è incarnato nelle due bestie di Apocalisse 13. Più precisamente, per il nostro autore, la prima bestia è la chiesa di Roma, che ha voluto esercitare potere politico e spirituale sulle coscienze. La seconda bestia è la chiesa Anglicana, che ha scimmiottato quella di Roma. Helwys non denuncia una persona in particolare (papa o arcivescovo). Egli denuncia il sistema politico-religioso che interviene, persino con le preghiere prestabilite o con le condanne a morte, in un ambito che appartiene alla persona singola nel suo rapporto con Dio. Compito del re, sostiene Helwys, non è quello di schierarsi al lato della bestia, coinvolgendosi in un ruolo da bestia, che non gli appartiene, ma di disarmare la bestia del potere di cui si è impropriamente rivestita. In questo Helwys non auspica azioni cruente, ma confida nella guida che lo Spirito di Dio saprà dare al re.

Non c’è dubbio che Helwys dimostra chiarezza di visione e molto coraggio. Il suo ritorno in patria fu un vero atto di coraggio, visto che tornò per testimoniare apertamente. Inoltre, egli volle fare recapitare una copia del suo libro al re, Giacomo I. Questi si sentiva un po’ come il nuovo Giosia, che doveva operare la riforma della chiesa. La più diffusa bibbia inglese porta il suo nome e venne pubblicata nel 1611, l’anno prima del libro di Helwys. Sembra che Giacomo I non abbia apprezzato la dedica che Helwys gli scrisse sul risvolto del libro, con cui tra l’altro affermava: “Il re è uomo mortale e non Dio, non ha quindi alcun potere sulle anime immortali dei suoi sudditi…”. Helwys venne arrestato e morì in prigione quattro anni dopo. La sua testimonianza, tuttavia, ci chiama a resistere là dove le autorità religiose e civili si vestono di un’autorità che non appartiene loro e vogliono prevaricare sulla coscienza e la libertà. Il nostro non appare come il tempo dei martiri. Certamente è un tempo in cui si sente il bisogno di una voce profetica, come quella che Helwys ci ha fatto ascoltare.

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John Morton

a cura di Salvatore Rapisarda, pastore emerito

John Morton (o Murton), compagno di John Smyth e Thomas Helwys, fece parte del gruppo di dissidenti inglesi che nel 1607 trovarono rifugio ad Amsterdam per sfuggire alla persecuzione sperimentata in patria. In Olanda, dunque, fu tra i fondatori della prima chiesa battista (1609). Quando Smyth cominciò a nutrire dubbi sulla validità del battesimo amministrato al di fuori di una “successione” ininterrotta di battezzati e chiese di entrare a fare parte della comunità Mennonita di Amsterdam, Helwys, Murton e altri si separarono da Smyth e dal suo gruppo, perché davano valore al battesimo in quanto amministrato su confessione di fede e non alla “successione” di cui, tra l’altro, non trovavano garanzia in alcuna chiesa o gruppo. Assieme a Helwys, nel 1612 è di nuovo in quell’Inghilterra che aveva appena mandato al rogo Bartolomeo Legate e Edoardo Wightman con l’accusa di eresia. Tornarono per testimoniare la verità ai connazionali ritenuti “sotto il trono di satana”. L’anno dopo, mentre Helwys è in prigione per aver sostenuto la libertà di coscienza e per essersi battuto contro le ingerenze del re nelle questioni di fede (cfr. Riforma 19/9/2008, pg 6), Morton diventa il successore di Helwys e il pastore della chiesa di Spitalfield. Tuttavia, ben presto anche lui sarà cacciato nella lurida e malsana prigione di Newgate, che già alloggiava Helwys, e lì morirà nel 1626.
A differenza di Smyth, che era laureato, e di Helwys, che aveva un’istruzione superiore, Murton aveva un’istruzione elementare ed era un artigiano, conciatore – pellicciaio. Ciò non gli impedì di pensare e di scrivere diverse lettere alle chiese e diversi libretti in cui trattava argomenti teologici quali la difesa dell’arminianesimo, la libertà di scelta, l’elezione, il battesimo, infanti senza peccato originale, il ministero dei laici, la possibilità per i laici di amministrare il battesimo ecc…. Molti degli argomenti trattati nei suoi scritti risentono della controversia con i contemporanei John Wilkinson e John Robinson, nonché della cultura religiosa dominata dalla chiesa anglicana. Nonostante la lunga detenzione in carcere, Morton scrisse anche due trattati: Obejections Answered by Way of Dialogue e The Humble Supplication. Secondo Roger Williams, Morton al posto dell’inchiostro usava il latte che gli veniva portato in prigione e scriveva sulla carta che trovava come tappo della bottiglia. Era questo un modo per fare pervenire i suoi scritti ad un amico che li leggeva in controluce, li trascriveva con inchiostro e li faceva circolare.

Il trattato, Objections Answered by Way of Dialogue, come dice il titolo, presenta un dialogo immaginario in cui tre soggetti – Il Cristiano, L’Anti-cristiano e L’Indifferente – discutono fondamentalmente di libertà. Morton si propone di affermare la libertà di religione e scrive: “Nessuno dovrebbe essere perseguitato a causa della sua religione, sia essa vera o falsa”. In queste affermazioni di Morton c’è sicuramente l’eco delle parole di Helwys che perora la libertà di coscienza non soltanto per i cristiani, ma per tutti: eretici, musulmani, ebrei, cattolici (papisti). Le argomentazioni di Morton sono molto articolate. Intanto afferma: “E’ abominevole…agli occhi del Signore costringere uomini e donne con persecuzioni crudeli, costringere i loro corpi ad adorare là dove loro non possono portare il loro spirito”. Agli occhi di Morton la religione non può essere imposta sulle coscienze, perché ciò, oltre ad essere una palese violenza, non lascerebbe spazio alla parola di Dio che chiama alla risposta della fede. Inoltre, la religione on può essere imposta alla luce della predestinazione, così come veniva compresa dai calvinisti del suo tempo. Pertanto – egli sostiene – sulla coscienza del singolo non deve essere esercitata alcuna pressione, né con la violenza delle sanzioni economiche, con la prigione o il rogo, né con la dottrina della predestinazione che renderebbe superflua la risposta alla chiamata di Dio. Quanto all’obiezione di chi vuole sradicare l’errore con la forza, ben attuata dalla politica del monarca e dalla chiesa anglicana, Morton fa appello alla parabola delle zizzanie. Egli lascia a Dio e al tempo da lui stabilito di rivelare la verità per distinguerla dall’errore. La sua difesa della libertà di coscienza assume i connotati della scelta non violenta e della tolleranza a beneficio di tutti, senza alcuna distinzione. Nel perorare la libertà di religione anche per i cattolici, egli, come Helwys, non mostra alcun timore per gli echi del tempo di Maria la sanguinaria. Per loro è insopportabile la costrizione religiosa che sperimentano sotto Giacomo I (1603-1625).

Tornando in Inghilterra nel 1612, Morton testimonia del suo rifiuto di vivere la propria vita tranquillamente in un suolo ospitale, venendo così meno al dovere di testimoniare la verità e di battersi per la libertà. Egli, come già Helwys, affronta il problema principale: il re. Morton partecipa alla protesta che dopo il 1614 si leva contro il re da parte dei non conformisti e dei separatisti, che chiedono maggiore libertà religiosa e un nuovo assetto nel parlamento. Con il suo secondo trattato, The Humble Supplication, egli sostiene la sua lealtà al re e si dissocia dalle false accuse di anabattismo, un epiteto questo che, dopo i fatti di Muenster del 1535, in Inghilterra indica quanto di più esacrabile si possa immaginare in termini religiosi, dottrinali, morali e politici. Allo stesso tempo Morton rivendica la libertà di coscienza e denuncia le persecuzioni che egli e gli altri dissidenti soffrono per le loro idee religiose. Nel presentare in modo vivido quelle sofferenze sperimentate in prima persona, egli denuncia chi le impone, ma non arretra di un passo: “Le nostre prove sono lunghe e si protraggono per anni in prigionie…; lì molti sono morti e hanno lasciato vedove e bambini; i nostri beni sono stati confiscati…e tutto ciò non per slealtà verso la Vostra Maestà, né per male causato ad altri…ma soltanto perché non ammettiamo e non usiamo per il culto a Dio quelle cose in cui non crediamo, perché sarebbe un peccato contro l’Onnipotente”. Morton assieme a molti uomini e donne, tra cui sua moglie, Jane Hodgkin, testimoniano di uno spirito che non sa tacere di fronte alla menzogna, che non sa scendere a compromesso con i potenti, perché sa di vivere alla presenza del Signore della storia, nel discepolato della verità.

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